Ugo Mencherini La scarsa lungimiranza di un calcio che lascia il proprio pubblico a casa

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Che l’appeal della Serie A vissuta “dal vivo”, all’interno degli stadi, non sia più quello di un tempo, è una considerazione non particolarmente nuova, ma che merita di essere affrontata periodicamente, in quanto suffragata da numeri non banali. Se consideriamo questo primo scorcio di stagione, infatti, la media di spettatori è di appena 23.000 a partita: erano 26.000 nel 2004-05, 30.000 nel 1998-99  e addirittura 34.000 nell’ormai lontano 1991-92.
Cifre che esplicitano chiaramente un macro-trend di calo costante e testimoniano una continua emorragia di pubblico, che ha abbandonato progressivamente gli stadi italiani, sempre meno popolati anno dopo anno. E’ impietoso, da questo punto di vista, il confronto con i principali campionati esteri, che vedono impianti di gioco gremiti, caratterizzati da un “fattore di utilizzazione” (ossia la loro percentuale media di riempimento a partita) molto più elevato e presenze notevolmente superiori: facendo sempre riferimento a questo primo spezzone di campionato, si contano 29.000 spettatori in media a partita nella Liga spagnola, che diventano ben 35.500 in Premier League, per arrivare addirittura ai 42.000 della Bundesliga.

Le ragioni della disaffezione sono probabilmente molte: alcune di carattere sociale e culturale (il progressivo “imborghesimento” di una società che alla partecipazione diretta all’evento preferisce sempre più quella mediata attraverso la tv), altre di natura tecnica e logistica (la maggior parte degli stadi italiani sono realmente fatiscenti, non rispondenti alle normative UEFA, spesso completamente decontestualizzati rispetto al tessuto urbano e perfino difficoltosi da raggiungere). 

A queste, però, vanno aggiunte anche ragioni legate a scelte spesso assurde e controproducenti degli “attori” che muovono il sistema calcio: in primis, una Lega che –nel nome del dio denaro- si è consegnata mani e piedi alle pay-tv. Il risultato è un campionato spezzatino, con turni sparsi su più giornate e orari, in relazione alle esigenze delle televisioni di massimizzare il prodotto offerto, e in barba alle esigenze di abbonati che –stranamente- preferirebbero non dover andare allo stadio di venerdì sera o lunedì sera.

L’ulteriore mazzata è poi arrivata dalle politiche sempre più restrittive –esageratamente repressive- applicate in materia di sicurezza negli stadi: dall’introduzione del “biglietto nominale” nel 2005 (la stagione successiva, 2006, è stata quella che ha visto il minimo storico di spettatori in Serie A, appena 19.000; puro caso?) fino alla “tessera del tifoso” (2010), passando per l’introduzione dei tornelli agli ingressi degli stadi, la vita dello spettatore si è infinitamente complicata, in nome di una presunta –opinabile- maggiore sicurezza.

Mescolando tutti gli ingredienti nel pentolone, il risultato è uno solo: questo sistema calcio (e ciò che vi ruota attorno) sta facendo di tutto – scientemente o meno – per disaffezionare il proprio pubblico e allontanarlo dagli stadi. Ma attenzione: il pubblico, le tifoserie, il calore e la partecipazione degli spalti non sono solo “contesto”, ma parte integrante di uno spettacolo che hanno contribuito esse stesse a creare. Il calcio giocato negli studi televisivi, a beneficio delle sole telecamere, non può avere lo stesso fascino, e perfino la stessa appetibilità per chi lo deve trasmettere: sarà il caso che nei “palazzi del pallone” si cominci a riflettere al riguardo, prima di trovarsi in mano un campionato svuotato, oltre che del pubblico, anche dei soldi delle pay-tv.

Ugo Mencherini

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